un racconto di consapevolezza e lavoro

Ho chiesto ad una mia giovane paziente, F., di raccontare in breve la sua storia. Ne è uscito un pezzo bilanciato e consapevole, privo di toni tragici e allarmistici, che spero possa offrire uno spunto di riflessione a chi vive lo stesso problema.

Un grazie speciale ad F. che ha tutte le caratteristiche per diventare una psicologa in gamba.

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Io e la mia tricotillomania

Quando la Dott.ssa Ricchi mi ha proposto di scrivere qualche riga riguardo la mia esperienza da tricotillomane subito sono stata travolta da un mare di idee, ovviamente: convivo con la tricotillomania da quando ho 9 anni e quest’anno vado per i 23. L’intento principale di è di fare un po’ di chiarezza in primis dentro di me, forse leggere nero su bianco è come districare una matassa di fili che, più o meno, sono sempre stati aggrovigliati; poi potrebbe essere utile anche a qualcun altro: nuovi stimoli o diversi punti di vista possono sempre tornare comodi.

Recentemente ho letto parecchie testimonianze su diversi gruppi Facebook di persone ed è stato incredibile (e un po’ confortante) constatare quanto sia diffusa effettivamente questa “mania”, quante diverse sfumature ne esistano, quanti modi ci siano di affrontarla, quanto sia cruciale la modalità con cui ci si pone nei suoi confronti, quante siano le cause che possono scatenarla. Mi sono imbattuta anche in nuove correnti secondo cui la causa scatenante potrebbe essere fisiologica, legata a infiammazioni, allergie o intolleranze; correnti che non condividono un trattamento psicologico ma circoscrivono il problema anche ad una questione di alimentazione. Questo mi ha fatto capire ancora di più quanto mente e corpo siano entità estremamente legate, quanto al benessere della prima sia legata la salute del secondo.

Ad ogni modo io ho cominciato a strapparmi capelli in seconda o terza elementare, lo ricordo perché in un video di una gita di terza elementare si vede che ho le mani in testa e tiro. Non so perché ho iniziato, per diversi anni non sono mai riuscita a smettere. Non ricordo se i miei compagni di classe delle elementari mi guardassero o commentassero in qualche modo; ricordo mia madre che piangeva e mio padre che si arrabbiava disperato perché non sapevano come fare per aiutarmi a smettere. Ricordo una psicologa dai capelli corti e rossi e gli occhiali tondi con cui parlavo e che mi faceva fare tanti disegni; o ancora una dottoressa che, d’accordo con mia madre mi diede caramelle Leone dicendo che quelle mi avrebbero fatta smettere: effetto placebo miseramente fallito.

Tra la seconda e la terza media ho frequentato un noto centro di tricologia dove ero seguita da diversi specialisti, tra cui uno psicologo e un tricologo. In quel periodo ho smesso, spontaneamente e senza minimo sforzo, di strappare: non so spiegarmi come, tuttavia un giorno ho cominciato a segnare sul calendario ogni giornata in cui non strappavo e presto sono arrivata ad un anno.

Poi ho ricominciato e ben presto ho fatto danni peggiori di prima, se possibile.

Le medie sono stati anni orribili: i miei tentativi pietosi di nascondere le zone prive di capelli (che erano ormai più estese di quelle in cui ne avevo) e il mio sovrappeso mi hanno reso la vita difficile.

Alle superiori ho frequentato un liceo classico, dovevo studiare tanto, nella mia classe la competizione era alta e lo stress alle stelle: ho strappato capelli fino a dover portare un foulard in testa, poi una parrucca, poi ho tagliato i capelli cortissimi e li ho decolorati in modo che le zone senza capelli fossero meno evidente. È sempre stato difficile e doloroso, credo che in qualche modo la tricotillomania mi abbia costretta a crescere più in fretta. Al terzo anno di superiori ho cominciato un percorso di TCC (Terapia Cognitivo Comportamentale) grazie al quale ho acquisito molta più consapevolezza, ho imparato ad affrontare lo stress che sembrava essere una tra le cause principali del comportamento. Dopo circa un anno e mezzo di duro senza risultati significativi ho consultato uno psichiatra con cui mi sono scontrata quasi subito; da lì non mi sono quasi più strappata i capelli e, forte delle tecniche apprese in terapia e di una conoscenza di me stessa più solida e articolata, tuttora, con molto impegno, non ne strappo. Ho fatto anche un breve percorso di “ipnosi” che potremmo meglio definire come meditazione, auto introspezione.

Ho sempre percepito la tricotillomania come un mostro che, pronto a sorprendermi in ogni momento di debolezza, mi alitava continuamente sul collo. È stato decisamente un approccio sbagliato: ho capito che è necessario accettarlo come un aspetto di me, una cosa che non devo combattere ma conoscere e imparare ogni giorno a gestire; per questo ho scritto “io e la MIA tricotillomania”.

Trovo che sia utile imparare a parlarne, farla conoscere più possibile, “esorcizzarla”; ora i capelli sono ricresciuti quasi del tutto: mi sono rivolta ad un tricologo che mi ha consigliato alcuni prodotti con cui mi sto trovando molto bene.

Sto iniziando un percorso molto interessante di mindfulness: acquisire maggiore consapevolezza di me stessa, della persona che sono, degli aspetti che mi caratterizzano sembra soltanto una questione secondaria o esterna alla questione tricotillomania ma non è così: parte del processo di “accettazione” risiede anche e soprattutto nella capacità di conoscere noi stessi, capire i nostri limiti e le nostre potenzialità. Sarebbero tantissime le cose da dire, mentre scrivo una cosa ne penso almeno altre due.

Ciò che sono sicura di non voler esprimere con il concetto di “accettazione” è un atteggiamento passivo di chi vive il problema in prima persona: è ovvio che nemmeno io accetterei mai serenamente una ricaduta e ogni giorno impiego tutte le mie forze affinché questa non avvenga ma non vivo più in uno stato d’allarme continuo come se dovessi affrontare un pericolo enorme. Capita che, più o meno sovrappensiero, strappi qualche capello ma non per questo cedo all’eventuale desiderio di strapparne altri o mi faccio prendere dallo sconforto. Tante volte mi è capitato di leggere appelli disperati di ragazze/i, donne/uomini alla ricerca di qualcuno che fornisse la risposta al problema, l’antidoto, la soluzione: non esiste. Credo che sia uno sforzo inutile anche quello di uscirne da soli: “non voglio rivolgermi a nessuno perché la vivrei come una sconfitta” e frasi simili forse esprimono un’analisi troppo superficiale del problema, o la paura di affrontarlo. La psicoterapia è forse il modo più efficace di tutti di indagare, conoscere e risolvere un problema di natura psicologica; senz’altro quello più efficace per capire come “funzioniamo” e per migliorare il nostro funzionamento… non in termini di efficienza ma di benessere personale.

È molto interessante e da approfondire la questione delle cause fisiologiche: pare che, secondo alcuni studi documentati, la tricotillomania possa essere addirittura una diretta conseguenza di un eccesso di istamina che si manifesta, tra gli altri modi, sotto forma di impulso a strappare. I sostenitori di queste teorie ritengono che inquadrare il “disturbo” come una sottocategoria del DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo) sia riduttivo e sbagliato; io credo solo che possa essere una strada da percorrere, questo sicuramente, che nessuna ipotesi vada esclusa a priori e che ognuna debba essere strettamente legata alla persona di cui si parla.

Se avessi davanti una persona che da poco si è resa conto di soffrire di tricotillomania mi sentirei di dirle solamente che è importante che subito si rivolga a chi può aiutarla, prima di entrare in un vortice di negatività e compromettere le cose belle che ha. Ho imparato tanto su di me e sono contenta di essere riuscita ad avviare un percorso positivo di scoperta di me stessa da una cosa che positiva non è mai stata, non so come sarebbe andata se non avessi sofferto di tricotillomania ma, inutile negarlo, molti dei pianti che ho fatto li avrei evitati volentieri.

Quest’anno si chiude il primo capitolo del percorso che sto facendo per diventare psicologa: non so in realtà cosa vorrò fare, quale strada vorrò intraprendere con esattezza. La strada è lunga e non sarà sempre in discesa ma spero di riuscire a dare un contributo positivo come quello che è stato dato a me e che tuttora continuo a ricevere.”

 

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