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Disfunzione erettile

Posted by on Gen 29, 2019 in Home, in evidenza, Senza categoria | 0 comments

Quabusiness-163464__340ndo siamo in presenza di un deficit erettivo, ossia di una disfunzione erettile, sia in presenza di cause organiche sia in assenza di cause organiche (origine psicogena), è spesso utile un percorso di sostegno psicologico o psicoterapia.
È innanzitutto Importante fare un’analisi eziopatogenetica per capire se la difficoltà di erezione è organica, psichica o mista e conseguentemente impostare un trattamento adeguato che tenga anche conto di come i vari fattori interagiscano tra loro nel mantenimento del sintomo.
La difficoltà ad avere un’erezione o a mantenerla causa generalmente nell’uomo un vissuto di incapacità e di scarsa virilità che spesso si riflette nel rapporto di coppia indipendentemente dalla disponibilità e dalla comprensione del partner sessuale.
Per quanto riguarda l’origine psicogena le cause che determinano il disturbo possono essere molteplici (Kaplan, 1974): timore dell’insuccesso, timore dell’abbandono come conseguenza del fallimento sessuale, incapacità di abbandonarsi alle proprie sensazioni corporee, mancanza di coinvolgimento o novità, stress in generale. Ad ognuno di questi timori sono associate ‘credenze disfunzionali’ specifiche (Althof e Rosen, 2010) che aumentano l’ansia da prestazione e conseguentemente il rischio di effettivo fallimento con successiva valutazione negativa di sé stessi e delle proprie capacità creando così un circolo vizioso difficile da smontare.
In fase anamnestica è anche importante valutare, quando presente, la relazione di coppia prescindere dall’attività sessuale: difficoltà relazionali, idee molto diverse sulla sessualità, educazione ricevuta, etc. possono risultare fattori predisponenti, scatenanti e di mantenimento del disturbo. Il disturbo erettile è spesso un problema “di coppia” e la presenza di entrambi i partner fa molta differenza anche nella soluzione del problema. Pertanto, quando possibile, è sempre meglio avere in terapia la coppia.
L’approccio Cognitivo-Comportamentale si è rivelato estremamente efficace nel trattamento del Disturbo da deficit erettivo.

Il trattamento, nello specifico, punta a decondizionare il paziente utilizzando tecniche per ridurre l’ansia,come il rilassamento, e ad aiutarlo a smontare le credenze disfunzionali. L’aspetto comportamentale e attivo da parte del paziente è fondamentale per risolvere il problema, senza un lavoro che va ben oltre il tempo della seduta terapeutica difficilmente si riducono i circoli viziosi di mantenimento e si ottengono risultati soddisfacenti.
In assenza di difficoltà particolari e con incontri di coppia regolari i tempi per la soluzione del problema possono anche essere brevi.

Per approfondire gli aspetti legati alle cause organiche di questo problema vi rimando all’articolo della Dott.ssa Ester Veronesi: sindrome del dolore cronico pelvico maschile

seminario esperienziale: trasformare la sofferenza

Posted by on Ago 27, 2018 in Eventi, Home, in evidenza, Progetti | 0 comments

È possibile in una sola giornata imparare ad affrontare le emozioni negative?
Rabbia, ansia, paura, tristezza, sfiducia sono emozioni che fanno parte della vita di tutti, ma se non affrontate o, peggio, alimentate attraverso pensieri irrazionali, divengono parassiti pericolosi per il nostro benessere e ci impediscono sempre più di vedere cosa può riportarci
ad avere stimoli costruttivi e positivi.
Cercheremo di acquisire strumenti semplici ed efficaci per riconoscere le nostre emozioni e i nostri pensieri negativi ed imparare a gestirli.

La giornata si articolerà in momenti di ascolto, attività artistica, mindfulness e dialogo guidati da:
Chiara Ricchi – Psicoterapeuta (www.chiararicchi.it)
Claudio Lamagni – Insegnante di Zen Shiatsu e Karate
Elisa Paganelli – Illustratrice e praticante Zen (www.elisapaganelli.com)
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Costo del seminario: 60 euro
Possibilità di pranzo vegetariano presso Borgo Shanti
al costo aggiuntivo di 10 euro
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Per info. e Iscrizioni:
333 2090549 – chiara.ricchi@gmail.com
Il numero dei posti è limitato, chiediamo gentile conferma entro e non oltre il 10 settembre 2018Nuovo documento 2018-08-13 17.03.43_1 Nuovo documento 2018-08-13 17.03.43_2

L’aiuto della psicoterapia nella cura del vaginismo

Posted by on Ott 5, 2017 in Home, in evidenza | 0 comments

Il Vaginismo è un disturbo che si manifesta con un forte dolore vulvo -vaginale che impedisce la penetrazione durante il rapporto sessuale o la rende estremamente dolorosa. Il dolore è causato da una forte contrazione dei muscoli del pavimento pelvico che impedisce appunto l’entrata del pene.

Dal punto di vista psicologico la donna che soffre di vaginismo ha un forte timore del dolore che può essere causato del rapporto ma non è esclusa la presenza di desiderio di avere un rapporto sessuale completo. Spesso anche la sensazione di contrazione dei muscoli non è così consapevole e la persona può definirsi “rilassata” anche se a livello muscolare non è realmente così. Il fallimento nei rapporti sessuali completi tende a creare un circolo vizioso che facilmente porta la donna e il partner ad un vissuto di tristezza, rabbia e senso di fallimento. La donna in particolare può sviluppare sentimenti depressivi di autosvalutazione e di colpa, sentendosi inadeguata dal punto di vista sessuale e personale.

Tra le cause del vaginismo ci può essere un vissuto traumatico più o meno consapevole ma anche una struttura di personalità rigida e/o ansiosa può contribuire all’insorgenza del problema. Nella maggior parte dei casi la cura è possibile ed efficace ed è come sempre importante rivolgersi a specialisti preparati che possano anche lavorare in equipe per aiutare la persona sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Nel lavoro psicologico è importante che si costruisca una buona alleanza terapeutica e successivamente si imposti il percorso psicoterapeutico che può prevedere esercizi pratici (Terapia Mansionale Integrata), terapia cognitiva sui pensieri negativi che alimentano il disturbo ed eventualmente la tecnica EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) per la rielaborazione di eventuali traumi.

Tutti i trattamenti hanno come obbiettivo quello di aumentare nelle pazienti la conoscenza di ciò che mentalmente le blocca, la consapevolezza corporea e conseguentemente la capacità di rilassarsi per  evitare gli spasmi involontari della muscolatura.

Quando è possibile, nel percorso psicoterapeutico viene coinvolto il partner che può diventare un elemento fondamentale nella buona riuscita della terapia. Lavorare con la coppia permette di comunicare ad entrambi quali possono essere i comportamenti più utili per la soluzione del problema e comunque aiuta a dividere la responsabilità, facendo sentire la donna meno sola e meno colpevole.

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un racconto di consapevolezza e lavoro

Posted by on Apr 3, 2017 in Home, in evidenza | 0 comments

Ho chiesto ad una mia giovane paziente, F., di raccontare in breve la sua storia. Ne è uscito un pezzo bilanciato e consapevole, privo di toni tragici e allarmistici, che spero possa offrire uno spunto di riflessione a chi vive lo stesso problema.

Un grazie speciale ad F. che ha tutte le caratteristiche per diventare una psicologa in gamba.

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Io e la mia tricotillomania

Quando la Dott.ssa Ricchi mi ha proposto di scrivere qualche riga riguardo la mia esperienza da tricotillomane subito sono stata travolta da un mare di idee, ovviamente: convivo con la tricotillomania da quando ho 9 anni e quest’anno vado per i 23. L’intento principale di è di fare un po’ di chiarezza in primis dentro di me, forse leggere nero su bianco è come districare una matassa di fili che, più o meno, sono sempre stati aggrovigliati; poi potrebbe essere utile anche a qualcun altro: nuovi stimoli o diversi punti di vista possono sempre tornare comodi.

Recentemente ho letto parecchie testimonianze su diversi gruppi Facebook di persone ed è stato incredibile (e un po’ confortante) constatare quanto sia diffusa effettivamente questa “mania”, quante diverse sfumature ne esistano, quanti modi ci siano di affrontarla, quanto sia cruciale la modalità con cui ci si pone nei suoi confronti, quante siano le cause che possono scatenarla. Mi sono imbattuta anche in nuove correnti secondo cui la causa scatenante potrebbe essere fisiologica, legata a infiammazioni, allergie o intolleranze; correnti che non condividono un trattamento psicologico ma circoscrivono il problema anche ad una questione di alimentazione. Questo mi ha fatto capire ancora di più quanto mente e corpo siano entità estremamente legate, quanto al benessere della prima sia legata la salute del secondo.

Ad ogni modo io ho cominciato a strapparmi capelli in seconda o terza elementare, lo ricordo perché in un video di una gita di terza elementare si vede che ho le mani in testa e tiro. Non so perché ho iniziato, per diversi anni non sono mai riuscita a smettere. Non ricordo se i miei compagni di classe delle elementari mi guardassero o commentassero in qualche modo; ricordo mia madre che piangeva e mio padre che si arrabbiava disperato perché non sapevano come fare per aiutarmi a smettere. Ricordo una psicologa dai capelli corti e rossi e gli occhiali tondi con cui parlavo e che mi faceva fare tanti disegni; o ancora una dottoressa che, d’accordo con mia madre mi diede caramelle Leone dicendo che quelle mi avrebbero fatta smettere: effetto placebo miseramente fallito.

Tra la seconda e la terza media ho frequentato un noto centro di tricologia dove ero seguita da diversi specialisti, tra cui uno psicologo e un tricologo. In quel periodo ho smesso, spontaneamente e senza minimo sforzo, di strappare: non so spiegarmi come, tuttavia un giorno ho cominciato a segnare sul calendario ogni giornata in cui non strappavo e presto sono arrivata ad un anno.

Poi ho ricominciato e ben presto ho fatto danni peggiori di prima, se possibile.

Le medie sono stati anni orribili: i miei tentativi pietosi di nascondere le zone prive di capelli (che erano ormai più estese di quelle in cui ne avevo) e il mio sovrappeso mi hanno reso la vita difficile.

Alle superiori ho frequentato un liceo classico, dovevo studiare tanto, nella mia classe la competizione era alta e lo stress alle stelle: ho strappato capelli fino a dover portare un foulard in testa, poi una parrucca, poi ho tagliato i capelli cortissimi e li ho decolorati in modo che le zone senza capelli fossero meno evidente. È sempre stato difficile e doloroso, credo che in qualche modo la tricotillomania mi abbia costretta a crescere più in fretta. Al terzo anno di superiori ho cominciato un percorso di TCC (Terapia Cognitivo Comportamentale) grazie al quale ho acquisito molta più consapevolezza, ho imparato ad affrontare lo stress che sembrava essere una tra le cause principali del comportamento. Dopo circa un anno e mezzo di duro senza risultati significativi ho consultato uno psichiatra con cui mi sono scontrata quasi subito; da lì non mi sono quasi più strappata i capelli e, forte delle tecniche apprese in terapia e di una conoscenza di me stessa più solida e articolata, tuttora, con molto impegno, non ne strappo. Ho fatto anche un breve percorso di “ipnosi” che potremmo meglio definire come meditazione, auto introspezione.

Ho sempre percepito la tricotillomania come un mostro che, pronto a sorprendermi in ogni momento di debolezza, mi alitava continuamente sul collo. È stato decisamente un approccio sbagliato: ho capito che è necessario accettarlo come un aspetto di me, una cosa che non devo combattere ma conoscere e imparare ogni giorno a gestire; per questo ho scritto “io e la MIA tricotillomania”.

Trovo che sia utile imparare a parlarne, farla conoscere più possibile, “esorcizzarla”; ora i capelli sono ricresciuti quasi del tutto: mi sono rivolta ad un tricologo che mi ha consigliato alcuni prodotti con cui mi sto trovando molto bene.

Sto iniziando un percorso molto interessante di mindfulness: acquisire maggiore consapevolezza di me stessa, della persona che sono, degli aspetti che mi caratterizzano sembra soltanto una questione secondaria o esterna alla questione tricotillomania ma non è così: parte del processo di “accettazione” risiede anche e soprattutto nella capacità di conoscere noi stessi, capire i nostri limiti e le nostre potenzialità. Sarebbero tantissime le cose da dire, mentre scrivo una cosa ne penso almeno altre due.

Ciò che sono sicura di non voler esprimere con il concetto di “accettazione” è un atteggiamento passivo di chi vive il problema in prima persona: è ovvio che nemmeno io accetterei mai serenamente una ricaduta e ogni giorno impiego tutte le mie forze affinché questa non avvenga ma non vivo più in uno stato d’allarme continuo come se dovessi affrontare un pericolo enorme. Capita che, più o meno sovrappensiero, strappi qualche capello ma non per questo cedo all’eventuale desiderio di strapparne altri o mi faccio prendere dallo sconforto. Tante volte mi è capitato di leggere appelli disperati di ragazze/i, donne/uomini alla ricerca di qualcuno che fornisse la risposta al problema, l’antidoto, la soluzione: non esiste. Credo che sia uno sforzo inutile anche quello di uscirne da soli: “non voglio rivolgermi a nessuno perché la vivrei come una sconfitta” e frasi simili forse esprimono un’analisi troppo superficiale del problema, o la paura di affrontarlo. La psicoterapia è forse il modo più efficace di tutti di indagare, conoscere e risolvere un problema di natura psicologica; senz’altro quello più efficace per capire come “funzioniamo” e per migliorare il nostro funzionamento… non in termini di efficienza ma di benessere personale.

È molto interessante e da approfondire la questione delle cause fisiologiche: pare che, secondo alcuni studi documentati, la tricotillomania possa essere addirittura una diretta conseguenza di un eccesso di istamina che si manifesta, tra gli altri modi, sotto forma di impulso a strappare. I sostenitori di queste teorie ritengono che inquadrare il “disturbo” come una sottocategoria del DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo) sia riduttivo e sbagliato; io credo solo che possa essere una strada da percorrere, questo sicuramente, che nessuna ipotesi vada esclusa a priori e che ognuna debba essere strettamente legata alla persona di cui si parla.

Se avessi davanti una persona che da poco si è resa conto di soffrire di tricotillomania mi sentirei di dirle solamente che è importante che subito si rivolga a chi può aiutarla, prima di entrare in un vortice di negatività e compromettere le cose belle che ha. Ho imparato tanto su di me e sono contenta di essere riuscita ad avviare un percorso positivo di scoperta di me stessa da una cosa che positiva non è mai stata, non so come sarebbe andata se non avessi sofferto di tricotillomania ma, inutile negarlo, molti dei pianti che ho fatto li avrei evitati volentieri.

Quest’anno si chiude il primo capitolo del percorso che sto facendo per diventare psicologa: non so in realtà cosa vorrò fare, quale strada vorrò intraprendere con esattezza. La strada è lunga e non sarà sempre in discesa ma spero di riuscire a dare un contributo positivo come quello che è stato dato a me e che tuttora continuo a ricevere.”

 

Posted by on Nov 25, 2016 in Eventi, in evidenza, Senza categoria | 0 comments

Stasera io, la Dott.ssa Paola Fanti e lti-lascio-andarea Dott.ssa Ester Veronesi saremo alla libreria Ubik Modena per  parlare di traumi ma soprattutto di come superarli.

 

risorse

Posted by on Ago 10, 2016 in Home, in evidenza, Senza categoria | 0 comments

versus diseaseQuando si inizia e ci si impegna nel tempo in una psicoterapia si possono sperimentare varie sensazioni, dolore, rabbia, demotivazione, entusiasmo…e volutamente non ho specificato se questa sperimentazione riguarda paziente o terapeuta perché in realtà riguarda entrambi e per entrambi può essere fonte di crescita e maturazione.

Uno dei momenti che mi entusiasmano e mi fanno amare il mio lavoro è quando partecipo insieme al paziente alla nascita di un nuovo modo di pensare e di vedere le cose, qualcosa di originale, a volte di creativo, che nasce in modo spontaneo, senza che io sia intervenuta più del dovuto ed è meravigliosamente sentito e sincero, come se fosse sempre stato lì e aspettasse il momento giusto per farsi vedere e a me viene da dire “Ci siamo!”

Quando utilizzo l’EMDR in terapia questa cosa accade, a volte, con una velocità impressionante e il lavoro del nostro cervello è quasi tangibile, lo hai lì davanti ed è come guardare quei filmati che mostrano in pochi secondi lo sbocciare dei fiori o il lievitare del pane, lo sai che il tempo necessario per certe cose è un altro ma non importa perché in quel momento qualcosa sta accadendo ed accade velocemente ed è reale. Un mio paziente da tempo preoccupato e agitato per la possibilità di dover continuare a prendere psicofarmaci mi dice che ha visualizzato le scatole di paroxetina tutte decorate da mandala mentre si allontanano, diventano più piccole e meno minacciose, lui sorride, si sente più rilassato e la seduta procede. Ci siamo…

riflessioni

Posted by on Lug 28, 2016 in in evidenza, Senza categoria | 0 comments

arketing tips for beginners

Alcuni eventi di questo periodo, accaduti a me e a persone a me vicine, mi hanno fatto riflettere su uno degli aspetti del mio lavoro di psicoterapeuta ovvero le persone che stanno a fianco di chi viene in terapia.

Non che non ci avessi mai pensato prima, spesso mogli, mariti, genitori, figli, amici importanti vengono spesso coinvolti nel percorso di psicoterapia e sono aiuti preziosi per il paziente ma in questo momento penso a chi non è nello studio durante le sedute e sa che qualcuno di vicino, qualcuno di importante, sta affrontando una difficoltà, sta parlando di quello che non va e magari, a volte, quello che non va riguarda proprio la persona che in quel momento è a casa e in qualche modo aspetta…un miglioramento, un risultato, teme un peggioramento, forse la rottura di una relazione che durante la terapia potrebbe proprio rivelarsi come quella sbagliata, quella che ha contribuito al danno. Può fare domande ma magari non troppe e si pone il problema di quanto deve (può) chiedere per sapere e capire senza valicare i confini della riservatezza, senza disturbare il processo. Noi terapeuti lo sappiamo che la terapia è aumentare la consapevolezza, assumersi responsabilità e non dare colpe ma chi aspetta no e a volte indipendentemente dalla propria volontà si ritrova ad essere l’argomento di discussione senza poter ribattere, difendersi o semplicemente ascoltare. Non credo sia sempre facile.

Tutto qui, volevo ringraziare chi non è presente fisicamente ma lo è con il cuore, con la mente e con l’impegno nella vita quotidiana delle persone che ho la possibilità di incontrare e forse di aiutare con il mio lavoro.

hungry hearts

Posted by on Gen 10, 2016 in Eventi, Home, in evidenza | 0 comments

Ho visto qualche settimana fa, in ritardo rispetto all’anno di uscita (2014), il film drammatico ‘Hungry Hearts’ di Saverio Costanzo. Il film racconta la storia di una giovane coppia che si forma ed inizia a vivere a New York e in breve tempo dall’inizio della relazione scopre di aspettare un bambino. Mina, la futurhha madre, interpretata da Alba Rohrwacher, a poco a poco, durante la gravidanza, inizia a sviluppare l’idea di portare in grembo un bambino indaco e conseguentemente nasce in lei la convinzione di doverlo proteggere da tutte le contaminazioni proveniente dall’esterno e soprattutto dal cibo. Durante i mesi di gestazione Mina restringe sempre più le sue abitudini alimentari arrivando a mangiare praticamente solo semi e ortaggi coltivati da lei sul terrazzo di un appartamento minuscolo in una New York grigia di smog e di solitudine.

La situazione peggiora alla nascita del bambino, le regole restrittive aumentano, Mina non riprende il lavoro per dedicarsi completamente alla “tutela” del figlio sotto gli occhi inizialmente preoccupati poi angosciati di Jude (Adam Driver), il compagno, che cerca fino all’ultimo di respingere il pensiero ormai sempre più frequente di dover difendere il proprio bambino dalle cure materne.

Il film è interessante sotto molti punti di vista; innanzitutto non è facile prendere le parti di uno dei protagonisti, Mina sta senza dubbio facendo del male al suo bambino ma non è così semplice, almeno per me non lo è stato, condannarla allo stato di cattiva madre e tenere definitivamente le parti del padre. Mina è innanzitutto sola, impreparata, pur amando molto il figlio è condannata ad una vita che probabilmente  non avrebbe scelto. Si percepisce una profonda solitudine della coppia, non c’è nessuno ad aiutare Jude e Mina, non una sorella o un fratello, nessun amico, nessun vicino di casa, nessuno con cui interagire che possa scalfire le convinzioni malate di Mina e sostenere Jude nelle scelte che deve fare contro la compagna per salvare un figlio che è sempre al settimo percentile dei parametri di crescita. La nonna del bambino, altro personaggio importante nella storia, è una donna che ha sempre avuto un rapporto conflittuale con il figlio e anche se ad un certo punto sembra diventare la risorsa che mancava il suo contributo non può essere realmente empatico e di sostegno ai due ragazzi.

Il film porta chi lo guarda a cambiare spesso opinione su cosa sarebbe meglio fare e a cercare di trovare le motivazioni e le giustificazioni per tutti i protagonisti perché alla fine quello che credo arrivi allo spettatore è che tutti, seppur in modo tragico, agiscono per amore impegnandosi anche in modo tragico per far funzionare le cose in un clima claustrofobico e angosciante che lascia spazio alla speranza solo alla fine. Lo consiglio.

breve introduzione all’osteopatia

Posted by on Apr 13, 2015 in in evidenza, Letture, Progetti, Senza categoria | 0 comments

Pubblico un breve articolo scritto da un osteopata con il quale spesso collaboro nella mia attività di psicoterapeuta. La collaborazione nasce dalla convinzione che spesso le persone, i clienti che si rivolgono a noi, possano beneficiare di un trattamento contemporaneo su mente e corpo.

Non sempre questa cosa è possibile e non sempre è accettata dal cliente ma rimane a mio parere interessante e importante provarci con l’idea di strutturare nel tempo un percorso più definito e basato su effetti evidenti e misurabili.

Questo articolo spiega con parole semplici che cos’è l’osteopatia, lo ha spiegato a me per prima e spero possa essere utile a chi magari si rivolge a questi professionisti con fiducia ma senza avere le idee chiare su quali sono i presupposti teorici, i metodi e gli obbiettivi di questa “medicina”.

osteopatia

“Osteopatia?!” Di certo questa è la domanda che più frequentemente mi sento porre, come anche, “ma che cos’è l’osteopatia?” “che cosa fa?” “Chi è l’osteopata?” Cerchiamo di dare delle risposte semplici e nel contempo non banali.

Che cos’è l’osteopatia

L’osteopatia è una terapia non convenzionale riconosciuta nel 2007 dall’organizzazione mondiale della sanità (OMS) la quale da questa definizione: “L’osteopatia è una medicina basata sul contatto primario manuale  nella fase di diagnosi e trattamento”Questo vuol dire che l’osteopatia è una metodica prettamente manuale sia nella fase di valutazione che in quella di trattamento.

L’osteopatia nasce negli Stati Uniti d’America e più precisamente a Kirksville, Missouri, nel 1874 dalla geniale intuizione di un medico, il dott. Andrew Taylor Still, il quale dopo aver subito la perdita di tre suoi figli a causa di un epidemia di meningite, si accorse dell’ impotenza e dei limiti della medicina classica dell’epoca e si mise quindi alla ricerca di un nuovo approccio terapeutico  per poter curare i suoi pazienti.

Dopo una decina di anni di studio sull’anatomia e sulla fisiologia umana e con il continuo confronto con i suoi pazienti si convinse che solo con un’attenta e approfondita valutazione palpatoria del paziente era possibile fare una corretta diagnosi e il conseguente trattamento manuale.

Da questi suoi studi nacquero sia la disciplina/filosofia osteopatica sia le regole che ancora oggi la inspirano.

Inserisco un elenco di alcune di queste linee guida:

  • Quando tutte le parti del corpo umano sono in ordine, siamo in salute. Quando non lo sono, siamo in malattia.
  • Il corpo è un’unità.
  • Il corpo è un meccanismo capace di autoregolarsi.
  • Il corpo ha una intrinseca capacità di guarire se stesso.
  • Struttura e funzione sono reciprocamente correlate.

Cosa vuol dire che struttura e funzione sono reciprocamente  correlate? Per struttura si intende il corpo o una parte di esso, se una parte del corpo non può muoversi liberamente allora anche la funzione che quella parte governa non verrà svolta in modo normale o meglio fisiologico.

osteopatia2Cosa succede durante la prima seduta dall’osteopata

Per prima cosa si fa un colloquio nel quale si cerca di mettere a fuoco quali siano i problemi e le possibili cause che li hanno prodotti, in seguito viene effettua una valutazione visiva del soggetto e della sua postura, poi attraverso il tatto si  valuta se i vari distretti corporei stanno subendo una limitazione  movimento .

Se si trovano delle limitazioni al naturale/normale movimento, che in osteopatia vengono chiamate disfunzioni somatiche, l’osteopata attraverso tecniche manuali agisce su di esse per ridare al corpo la sua normale mobilità.

l’osteopata inoltre cerca di riequilibrare le varie tensioni meccaniche che agiscono sul corpo in modo di ricreare un equilibrio tra le varie funzioni  corporee.

L’osteopatia non cura, l’osteopatia cerca di liberare il corpo dalle disfunzioni di cui è prigioniero in modo tale che sia poi il corpo stesso che possa essere in grado di mettere in atto un processo di auto guarigione.

Il trattamento osteopatico viene attuato con tecniche manuali che a secondo del distretto in cui vengono applicate e del tipo di energia meccanica che viene utilizzata prendono nomi diversi .

Tecniche osteopatiche e ambiti di intervento

Le tecniche osteopatiche possono essere divise a grandi linee in tre grandi famiglie: tecniche cranio-sacrali , tecniche strutturali e tecniche viscerali.

I campi d’impiego dell’osteopatia sono i più vari come varie sono le sofferenze che può subire il corpo umano: si lavora sia sull’adulto che sul bambino (compresi i neonati per problemi di reflusso, coliche addominali, etc…) che anziano. Si passa dal sistema muscolo-scheletrico (cervicalgie, lombalgie, colpi di frusta etc…) a quello neurologico (ernie discali, tunnel carpale, emicranie, etc…) a quello neurovegetativo ( stati ansiosi, depressione, stress) a quello digestivo (reflusso gastrico-esofageo, colon irritabile, etc…)

L’elenco sarebbe molto lungo, qui ho inserito solo alcuni esempi, alla fine troverete dei link che rimandano a siti più specifici.

Come si diventa osteopati

In Italia attualmente le scuole di osteopatia sono scuole private, per quelle che aderiscono ai criteri formativi del registro degli osteopati d’Italia (ROI) esistono due percorsi formativi, esistono scuole a tempo parziale e scuole a tempo pieno.

Per poter frequentare una scuola a tempo parziale, che ha una durata di 6 anni, bisogna essere in possesso di una laurea in medicina o una sanitaria o un diploma in scienze motorie (medici, dentisti , fisioterapisti, ostetriche , diplomati in scienze motorie, etc.).

Invece alle scuole a tempo pieno, che hanno una durata di anni 5, possono iscriversi tutti coloro che sono in possesso di una maturità quinquennale.

osteopatia3Situazione dell’osteopatia in Italia…

In Italia l’osteopatia non è ancora riconosciuta come una professione sanitaria (attualmente è in corso un iter legislativo  per il riconoscimento sanitario della professione) quindi non sono neanche previste norme che ne regolino la formazione e che tutelino sia il professionista che l’utente.

Proprio per questo motivo sono nate negli anni delle associazioni di osteopati che ispirandosi alle norme che regolano la formazione e la professione dell’osteopatia in altri paesi, dove questa è riconosciuta, si sono autoregolate in modo tale che il professionista che si vuole iscrivere deve essere in possesso di tali criteri formativi .

Elenco di alcune Associazioni:

  • ROI (registro degli osteopati d’Italia)
  • FeSIOs (federazione sindacale Italiana osteopati)
  • AMOI (associazione medici osteopati)
  • UPOI (unione professionale osteopati d’Italia)

…e altrove

L’osteopatia è riconosciuta come una terapia medica negli Stati Uniti  d’America (1991), Inghilterra (1993), Finlandia (1994), Belgio (1999), Francia (2004).

È parzialmente regolata Svizzera, Danimarca, Germania, Olanda e Lussemburgo.

Anche in Spagna come in Italia sono attualmente in atto degli iter legislativi per la regolamentazione.

Questo scritto non ha la pretesa di spiegare cosa sia l’osteopatia, assolutamente, vuole essere solo una breve introduzione per chiunque abbia la voglia di conoscere meglio questo nuovo modo di curare e del prendersi cura di sè.”

 

Marcello Corradini D.O m.ROI

Osteopata.

Terapista della riabilitazione.

 

www.registro-osteopati-italia.com

www.scuolaosteopatia.it

www.centrotdr.it

marinai, terapeuti e balene

Posted by on Set 30, 2014 in Eventi, Home, in evidenza | 0 comments

foto 3Al rientro dal Congresso Nazionale SITCC (Società Italiana di Terapia Cognitivo Comportamentale) mi sento come se avessi partecipato ad una gara a tempo in cui l’obiettivo era quello di portare a casa più “premi” possibili utilizzando al massimo le proprie capacità attentive (e fisiche per gli spostamenti da una sala all’altra in tempi brevi).

Nella cornice dei Magazzini del Cotone al Porto Antico di Genova, per quattro giorni, dalle 8.30 del mattino alle 19.00 di sera, 500 persone tra specializzandi e psicoterapeuti già formati, si sono mossi come formiche tra plenarie e simposi distribuiti nelle sale del Centro Congressi affacciato sul porto, suggestivamente chiamate con i nomi dei venti: maestrale, tramontana, libeccio, zefiro, ponente, levante, scirocco…

Sempre almeno sette i simposi in parallelo nelle diverse fasce orarie, scelta sicuramente dettata dalla moltitudine di lavori inviati agli organizzatori ma che rendeva inevitabile una scelta, a volte una scelta nella scelta dal momento che in più occasioni avrei voluto assistere almeno a tre simposi contemporaneamente. Tantissimi anche i Poster presentati e collocati nello spazio di passaggio tra una sala e l’altra a fianco della zona bar in modo che, volendo, anche la pausa caffè potesse essere sfruttata per dare un’occhiata a qualche interessante ricerca.

Tantissimi gli argomenti trattati: dalla mindfullness alla medicina psicosomatica, dall’evoluzione del trattamento nella cura dei disturbi sessuali alle emozioni del terapeuta durante e alla fine della psicoterapia. Interessanti e coinvolgenti le plenarie sul Cervello Empatico e sulla Medicina Psicosomatica, temi trattati rispettivamente dal Dr.Christian Keysers e dal Dr. Giovanni Andrea Fava, professionisti e persone affabili e simpatiche.

Personalmente, per un interesse professionale e personale che non sempre riesco a coltivare come vorrei, ho approffittato del Convegno per ascoltare prevalentemente i lavori riguardanti la relazione mente-cervello-corpo, connessione tanto ovvia quanto complessa nelle sue molteplici manifestazioni.

Molto interessante anche il simposio sull’evoluzione della terapia sessuale dal modello Kaplaniano ad oggi con un intervento decisamente suggestivo del Dr. Roberto Bernorio che ha confermato una volta in più come la nostra mente influenzi le risposte corporee, in questo caso relative, ovviamente, all’ambito sessuale ed in particolare al problema del vaginismo.

foto 1 (1)Rimango con la sensazione di aver corso e ascoltato molto meno di quanto avrei potuto ma anche con qualche nuovo stimolo e conoscenza che spero di riuscire a sfruttare nel lavoro quotidiano con i pazienti.